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AI e creatività: il vero rischio non è che ci rubi il lavoro

Ugo De Benedetto

September 25, 2026

L’AI è una realtà.

Potremmo raccontarci che la sua adozione non è ancora così elevata, che fuori dalla nostra bolla tecnologica non la usa poi così tanta gente e tirare fuori qualche statistica rassicurante per dormire tranquilli.

Ma la realtà dei fatti è un’altra: l’AI è uno strumento potentissimo, ha già cambiato moltissimi paradigmi e, che ci piaccia o no, è qui per restare.

Negarlo sarebbe un po’ come essere uno stalliere mentre Henry Ford iniziava a commercializzare l’automobile, sostenendo che le macchine inquinano, sono rumorose e tolgono tutto il piacere di andare a cavallo.

Tutto vero.

Eppure, oggi, non vedo moltissime persone andare al lavoro a cavallo. Purtroppo, aggiungerei.

Una nuova rivoluzione industriale

Stiamo vivendo una trasformazione che, per portata, può ricordare una nuova rivoluzione industriale.

E proprio come gli operai dell’epoca temevano la produzione in serie perché la percepivano come una minaccia alla manualità, alla dignità del lavoro e alla sua dimensione umana, abbiamo buone ragioni per interrogarci su cosa significhi davvero l’arrivo dell’AI.

L’AI generativa permette di parallelizzare e velocizzare decine di attività. E la lista continua ad allungarsi.

Ogni mese nuovi strumenti imparano a fare qualcosa che prima richiedeva tempo, competenze o l’intervento diretto di una persona. E non è solo una questione di quantità.

L’AI diventa sempre più brava. A volte fin troppo. Al punto che, guardando un output prodotto oggi, possiamo chiederci se saremmo stati capaci di ottenere qualcosa di simile senza il suo aiuto appena sei mesi fa.

Il rischio di delegare anche il pensiero

Il rischio di spersonalizzazione esiste.

Così come esiste la possibilità — già molto concreta — di delegare all’AI una parte sempre maggiore dei nostri processi mentali.

E questa cosa, personalmente, mi inquieta parecchio.

Io stesso, al prossimo giro di email in cui mi trovo palesemente davanti a due agenti AI che si rispondono tra loro, vincolati — scarsamente — dai prompt dei rispettivi proprietari, potrei mollare tutto e andare a vivere in un monastero.

Ma lo stesso fenomeno può essere osservato anche dall’altro lato della medaglia. Ed è un lato decisamente più interessante.

La più grande democratizzazione del sapere?

Se Internet ci ha dato accesso alle informazioni e Google ci ha permesso di trovarle, l’AI può fare un passo ulteriore: aiutarci a trasformare quelle informazioni in conoscenza e competenza.

Oggi, gratuitamente, possiamo avere a disposizione una sorta di tutor personale.

Possiamo fare domande.

Chiedere spiegazioni.

Farci correggere.

Approfondire un argomento.

Simulare conversazioni.

Mettere alla prova un’idea.

Colmare una lacuna.

Imparare una competenza.

Per anni tutto questo è stato difficilmente accessibile, almeno su larga scala. Il sapere più strutturato era spesso racchiuso all’interno di istituzioni alle quali non tutti potevano accedere, per ragioni economiche, geografiche o semplicemente pratiche.

Oggi possiamo studiare e approfondire un argomento con una disponibilità di risorse che, fino a poco tempo fa, sarebbe sembrata quasi assurda.

Possiamo affrontare temi complessi, sperimentare, fare domande senza paura di sembrare ignoranti e ricominciare da capo tutte le volte che vogliamo.

Le possibilità sono enormi.

Raffaele Gaito, nel suo libro In cosa posso esserti utile?, racconta proprio molte di queste possibilità: trasformare l’AI da semplice strumento per delegare task a compagno di studio, sparring partner, strumento di confronto e supporto per superare blocchi creativi.

Se l’AI diventa sempre più brava, perché dovremmo ancora imparare?

Qui arriva una domanda legittima.

Se l’AI diventa sempre più capace, che senso ha continuare a studiare, migliorarsi e fare fatica?

La prima risposta è forse la più semplice: perché dovremmo smettere di voler migliorare?

Ora abbiamo semplicemente uno strumento in più.

E la seconda risposta è un po’ più complessa.

Per capirla bisogna iniziare a usare davvero questi strumenti.

Il problema del contenuto “tutto uguale”

È difficile pensare che, nei lavori in cui la creatività è centrale, l’AI possa semplicemente eliminare la componente umana.

Basta guardarsi intorno.

App senza stile, Brand senza personalità, grafiche illeggibili, copy che sembrano scritti dalla stessa persona. Headline intercambiabili. Contenuti perfettamente corretti e completamente dimenticabili.

Questa enorme quantità di contenuto generato dall’AI rischia di produrre un paradosso: più contenuti abbiamo, meno cose degne di attenzione troviamo.

È l’equivalente digitale della plastica usa e getta.

Prodotti economici, velocissimi da produrre, pensati per essere consumati rapidamente e sostituiti altrettanto rapidamente.

Il problema, quindi, non è necessariamente che l’AI produca contenuti.

È cosa succede quando iniziamo a produrre senza avere più qualcosa da dire.

L’unicità non è un prompt

Questo significa che l’AI non raggiungerà mai il livello umano?

Impossibile dirlo.

Anzi, guardando alla velocità con cui la tecnologia è migliorata negli ultimi anni, sarebbe piuttosto ingenuo fare previsioni assolute.

Potremmo arrivare a un livello di qualità praticamente indistinguibile da quello umano in moltissimi ambiti.

Ma in Weirdoo crediamo che ci sia una differenza importante.

Ogni persona ha un modo diverso di osservare il mondo.

Le esperienze che ha vissuto.
Le cose che ha studiato.
I riferimenti che ha accumulato.
I suoi gusti.
Le sue ossessioni.
Gli errori che ha fatto.
Le connessioni che riesce a creare tra cose apparentemente lontane.

Tutto questo contribuisce a farle scegliere una parola invece di un’altra, un colore invece di un altro, un’immagine invece di un’altra.

Ed è proprio quella stratificazione di esperienze a generare qualcosa di unico.

Il vero rischio? Restare nel loop senza aggiungere valore

Forse, quindi, il vero rischio non è che l’AI elimini l’essere umano dal processo.

È che l’essere umano rimanga nel processo senza aggiungere più nulla.

Nella nostra cultura iper-produttiva, in cui spesso la soluzione a qualsiasi problema sembra essere “produrre di più”, l’AI è una tentazione enorme.

Puoi fare di più.

Più velocemente.

Con meno fatica.

E quindi perché non farlo?

Il problema arriva quando l’unico contributo umano rimasto è incollare un prompt e premere invio.

A quel punto abbiamo mantenuto l’essere umano nel loop, ma abbiamo eliminato proprio ciò che avrebbe dovuto rendere quel loop interessante: il pensiero.

Usare l’AI senza smettere di pensare

Se sei arrivato fin qui, è improbabile che l’AI ti ruberà semplicemente il lavoro da un giorno all’altro.

È più probabile che, soprattutto nei lavori ad alta specializzazione, possa diventare uno strumento di potenziamento: un modo per fare meglio, più velocemente o in maniera diversa alcune attività.

Questo non significa che la trasformazione sarà indolore o che non esistano categorie professionali maggiormente esposte.

Significa però che, per molti di noi, la domanda più interessante non è:

“L’AI mi sostituirà?”

Ma:

“Quanto del mio valore sto ancora mettendo io in quello che faccio?”

Ed è una domanda molto più scomoda.

La soluzione non è usare meno AI

Non credo che la soluzione sia smettere di usare l’AI. Al contrario. Credo che dovremmo imparare a usarla meglio. Usarla come acceleratore, non come pilota automatico. Come sparring partner, non come sostituto del pensiero. Come tutor, non come scorciatoia per evitare di imparare. E soprattutto, non scegliere sempre la strada più facile solo perché ora esiste.

Ogni tanto possiamo anche fare qualcosa senza AI.

Scrivere, pensare, disegnare, studiare, risolvere un problema, prendere una decisione, anche sbagliare!

Questo articolo, per esempio, è stato scritto senza l’ausilio dell’AI.

Non perché sia un atto di resistenza tecnologica.

Ma per ricordarmi una cosa molto semplice: forse, anche prima dell’AI, non eravamo poi così male.

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